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Come richiedere la cassa integrazione durante l’emergenza Coronavirus

Il decreto numero 18 del 17 marzo 2020 e definito decreto “Cura Italia” ha esteso a livello nazionale tre misure di supporto al reddito dei lavoratori per le imprese costrette al lockdown o ad un’operatività a scartamento ridotto, in seguito al diffondersi del COVID – 19. Gli interventi previsti sono disponibili dal 23 febbraio 2020, per un periodo massimo di nove settimane. In particolare, si tratta di: Cassa integrazione ordinaria (CIGO); Assegno ordinario erogato dal Fondo di integrazione salariale (FIS) o dai fondi di solidarietà alternativi (artigianato e agenzie di somministrazione) per le aziende che non rientrano nell’area di intervento della Cassa integrazione; Cassa integrazione in deroga per aziende che non hanno diritto a CIG o fondi di solidarietà. 

Per le richieste della CIGO e dell’assegno ordinario sul sito dell’INPS sono già operative tutte le funzionalità per l’invio delle domande. La richiesta può essere inoltrata fino alla fine del quarto mese successivo a quello in cui ha avuto inizio la sospensione o la riduzione dell’attività. L’attivazione della Cassa integrazione in deroga dipenderà, invece, dagli delle regioni e province autonome con le rappresentanze sindacali. Ogni misura di supporto al reddito prevede uno specifico iter, da studiare nel dettaglio. Partendo dalla CIGO, per la sua richiesta è sufficiente collegarsi al sito INPS alla sezione “Servizi per aziende e consulenti”. L’accesso è subordinato al possesso di specifiche credenziali, quali PIN, SPID, CIE, CNS, ci ricorda il consulente Giovanni De Pierro Roma (consulenze del lavoro). Effettuato l’accesso al sito, si seleziona l’opzione “CIG e Fondi di solidarietà”. A questo punto, sarà necessario selezionare, a seconda dei casi, il servizio dedicato alla Cassa integrazione oppure l’opzione “Fondi di solidarietà”, se si desidera ottenere l’assegno ordinario. 

Per inoltrare la richiesta sarà importante inserire, in via preliminare, i seguenti dati: matricola INPS, rappresentata dal codice numerico che identifica l’azienda nei suoi rapporti con l’Istituto; data di inizio e fine della sospensione / riduzione del lavoro, con un limite pari a nove settimane; la causale dal menù a tendina, denominata “COVID-19 nazionale”; se l’azienda sceglierà il pagamento diretto ai dipendenti della Cassa integrazione da parte dell’INPS o se intende anticipare in busta paga le cifre. Nella parte alta della domanda si troveranno dati aziendali, quale denominazione sociale, codice fiscale e partita IVA, mentre dal menù a tendina si dovrà scegliere l’unità produttiva interessata dalla richiesta   dell’ammortizzatore. In seguito, si dovrà allegare l’elenco dei lavoratori beneficiari della misura, in formato excel o .csv e compilato con i dati richiesti: Codice fiscale; Indirizzo e comune di domicilio; Numero di cellulare; Indirizzo mail; mansione; qualifica INPS; se si tratta di un contratto a tempo indeterminato o determinato; se coinvolto o meno nell’ammortizzatore, a cui hanno diritto solo i dipendenti presenti in azienda al 23 febbraio 2020. Infine, un ultimo passaggio da effettuare è quello di allegare l’accordo sindacale. In seguito, si potrà verificare la domanda e la presenza di eventuali errori nella compilazione dei campi o negli allegati. In assenza di problemi, si potrà inviare la domanda all’INPS.

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Valgono le assenze giustificate da lavoro?

Con l’emergenza Coronavirus e le conseguenti norme attuate dal Governo per cercare di arginare il più possibile i contagi nel nostro Paese, anche il mondo del lavoro ha subito dei cambiamenti – seppur momentanei e contingenti alla situazione -. Nelle suddette norme viene specificato anche che tutti gli uffici e le attività non necessarie o che non producono beni di prima necessità debbano rimanere chiuse. Come conseguenza a questo, tantissimi lavoratori sono rimasti a casa. Ma con che modalità vengono gestite queste assenze da lavoro a causa del Coronavirus? Quand’è che vengono considerate assenze giustificate da lavoro? Andiamo ad analizzare alcune casistiche, in primis quella derivante – per l’appunto – da una necessaria forzatura a restare a casa da parte delle pubbliche autorità. In questo caso, il lavoratore è impossibilitato a recarsi sul posto di lavoro, poiché soggetto anche lui all’imposizione di normative governative – e non per propria volontà -. In questi casi, la retribuzione deve essere comunque retribuita, oppure – nei casi in cui la tipologia di lavoro lo consenta – continuare a lavorare da casa in modalità Smart Working. Se il lavoratore è soggetto ala chiusura forzata del proprio luogo di lavoro – si parla di imprese che hanno dovuto sospendere l’attività per il periodo imposto dal Governo a causa del Coronavirus – che sono residenti nel comune o nell’area interessata dalla propria azienda, vengono messe in atto le stesse identiche procedure descritte poco più su. Cioè il lavoratore ha diritto a percepire ugualmente il suo stipendio o, se possibile, lavorare da casa. Vi è poi una casistica particolare che impone le assenze giustificate da lavoro. Questa riguarda l’eventuale quarantena per Coronavirus: in questi casi, se il datore di lavoro si trova a dover affrontare, all’interno della sua azienda, uno o più casi di dipendenti posti in quarantena obbligatoria (perché magari affetti da sintomi riconducibili al Coronavirus), deve applicare il CCNL. Questo, secondo il contratto collettivo di lavoro, prevede che l’assenza di quel dipendente vada trattata come ‘assenza per malattia’, ma al tempo stesso – visto l’emergenza sanitaria – deve attenersi anche al protocollo di tutela per la salute e garanzia del posto di lavoro. Se è invece il lavoratore e volersi assentare per quarantena volontaria, questo caso viene considerato come un comportamento di prudenza e la sua conseguente assenza verrà trattata come determinata dal provvedimento amministrativo attuato dal Governo. Le assenze giustificate da lavoro non saranno considerate tali invece, nel caso in cui il lavoratore, pur non sussistendo pericoli oggettivi per la sua salute o quella di altri, decide volontariamente di non recarsi al posto di lavoro per paura di essere contagiato da Coronavirus. In questo caso il lavoratore sarà soggetto ai provvedimenti disciplinari determinati dall’azienda per cui lavora.  

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Coronavirus Smart Working: come funziona

L’improvviso scatenarsi della pandemia globale da Coronavirus, ci ha obbligati – seppur per un periodo circoscritto – a modificare sensibilmente le nostre abitudini principali. Compresa la modalità con la quale lavoriamo. Le misure restrittive attuate dal Governo per cercare di limitare il più possibile i contagi infatti, includono anche la chiusura di uffici ed attività commerciali ritenute ‘non di primaria necessità’. Ma naturalmente il lavoro delle aziende deve andare avanti, ed ecco quindi che si fa largo una modalità di lavoro da casa che solo fino a poco tempo fa soltanto pochi datori contemplavano: lo Smart Working. Ma come funziona lo Smart Working ai tempi del Coronavirus? Ormai i sistemi di comunicazione integrati con internet, ci consentono di essere connessi e collegati potenzialmente a chiunque, in ogni parte del mondo. Questa semplice premessa aiuta già a comprendere di quanto, in realtà, gli strumenti per mettere in atto lo smart working fossero disponibili e accessibili a tutti. Così, data l’esigenza contingente, moltissimi uffici e aziende in generale si sono attrezzati per poter proseguire i propri processi produttivi e al tempo stesso evitare di porre i propri dipendenti in cassa integrazione. In cosa consiste il lavoro da casa? In base alla tipologia e alla peculiarità del lavoro da svolgere, i sistemi di Smart Working possono essere diversi. Il datore di lavoro può definire, insieme al dipendente, degli orari di disponibilità in cui presumibilmente vengono svolte alcune mansioni e pratiche che sono lavorabili anche da casa. Gli strumenti adottati, ci ricorda il team di Giovanni De Pierro, vanno dall’utilizzo di mail, app per la condivisione immediata di file – anche pesanti – e videoconferenze. In quest’ultimo caso, molte aziende riescono, grazie ai numerosi strumenti a disposizione, ad effettuare riunioni in remoto con i propri dipendenti in maniera estremamente semplice e funzionale. Questo per quanto riguarda gli strumenti open source reperibili facilmente sul web. Ci sono molte aziende e società poi, che si sono dotate – in tempo non sospetti, quindi mostrandosi pioniere in tal senso – di strumenti ‘interni’ per lo smart working. Si tratta di software creati ad hoc il cui utilizzo è esclusivo di quella azienda e di cui quindi possono usufruire solo i dipendenti. Insomma, il Coronavirus Smart Working sta prendendo sempre più piede e, seppur si tratta di una modalità lavorativa contingente al momento che stiamo attraversando, potrebbe rivelarsi un ottimo banco di prova per una svolta decisiva circa la maniera in cui abbiamo concepito il lavoro fino ad oggi. Se, laddove possibile, le aziende si convertissero al ‘lavoro da casa’, di certo le stesse potrebbero abbattere molti costi di gestione, evitando al tempo stesso che un gran numero di dipendenti si debba recare tutti i giorni in un luogo fisico in auto – quindi inquinando le nostre città -. 

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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il mondo del lavoro è pieno di insidie e quando sorgono problematiche importanti si può ricorrere alle dimissioni (da parte del lavoratore) o al licenziamento (per volontà del datore di lavoro). Ci sono diverse metodologie in cui l’azienda può liberarsi di un dipendente, tra cui il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. 

Il datore di lavoro, quando ha intenzione di interrompere una collaborazione con un suo lavoratore, deve avere delle precise motivazioni per supportare la propria tesi. Se si riscontrano delle ragioni oggettive per cui il lavoratore non ha svolto, organizzato o abbia rallentato l’attività produttiva, si può procedere con un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Una volta iniziato questo procedimento, il datore di lavoro deve mostrare le proprie motivazioni per il licenziamento. È possibile trovare esempi di motivazioni per far concludere il rapporto lavorativo per giustificato motivo, come:
– riduzione personale per via della crisi del settore;
– diminuzione del fatturato;
– cessazione dell’attività aziendale;
– riassetto organizzativo dell’attività aziendale;
– inidoneità fisica o psichica del lavoratore.

Il datore di lavoro, una volta avviata la lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, deve essere in grado di supportare la propria decisione, evidenziando il nesso tra il lavoratore e i problemi citati. La procedura che dovrà eseguire il datore di lavoro però non è semplice poiché esistono diverse tipologie di contratto che hanno numerose tutele per i lavoratori. Se l’azienda ha più di 15 dipendenti nel comune e quest’ultimi non hanno tutele crescenti, allora il datore di lavoro può ricorrere alla procedura tramite l’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL). La comunicazione includerà l’intenzione del datore di procedere al licenziamento per motivo oggettivo, fornendo le motivazioni e le informazioni aggiuntive in caso siano presenti misure di assistenza per il lavoratore. L’ITL, una volta ricevuti tali dati, convoca entro 7 giorni sia il datore di lavoro che il dipendente e fisserà una convocazione entro i successivi 20 giorni. Una volta che ha luogo l’incontro, si possono avere solo due esiti:
– positivo, con le parti che si accordano per la conclusione del rapporto di lavoro;
– negativo, per cui si useranno vie legali. 

Per quanto riguarda invece le imprese con meno di 15 dipendenti, ci ricorda il team di Giovanni De Pierro, loro non dovranno affrontare tutto questo iter ma gli basterà notificare il licenziamento per giustificato motivo oggettivo al dipendente. Esso può decidere se accettare la conclusione del rapporto oppure impugnarla e procedere per vie legali, cercando un compromesso. 

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Cassa Integrazione Coronavirus

L’economia mondiale è completamente in ginocchio per via del Covid-19 ed in questo momento milioni e milioni di lavoratori si trovano in difficoltà. C’è chi continua a lavorare grazie allo smart working, chi si è visto licenziare e chi invece è finito in cassa integrazione. Per questi ultimi la situazione è leggermente diversa e il Governo ha specificato i nuovi provvedimenti.

Con il decreto Cura Italia, ci riferisce il team Giovanni De Pierro, la cassa integrazione è andata in deroga per tutti i dipendenti per ben 9 settimane. L’emergenza Coronavirus ha portato il Governo a intervenire nel minor tempo possibile ed è per questo che la CIGD (Cassa Integrazione in deroga) è applicata per tutti i lavoratori, anche per le aziende che hanno meno di 6 dipendenti. Per riceverla si deve fare una domanda all’INPS a partire dal 1° aprile 2020. Lo Stato Italiano infatti sta lavorando in modo da far ricevere a tutti i dipendenti i primi soldi entro Pasqua, molto prima dei normali tempi di attesa. Grazie a questa manovra le banche – come avvenuto in altre circostanze – anticiperanno il danaro e verranno rimborsate direttamente dall’Istituto nazionale della previdenza sociale. In questo modo la Cassa Integrazione in deroga arriverà direttamente sul conto corrente dei lavoratori, tramite la collaborazione tra banche ed Inps, che non chiederanno nessun costo aggiuntivo né interessi. Il pagamento CIGD viene anticipato dalle banche fino ad un massimo di 1400 euro, per cui una volta che il titolare di lavoro ha presentato la domanda presso l’INPS, il suo dipendente si dovrà recare in banca per compilare il modulo di domanda per quanto riguarda l’anticipazione dell’integrazione salariale. In alternativa, le persone possono anche reperire online tutti i documenti necessari e inviarli in via telematica alla propria banca. Quest’ultime però devono aver accettato il pagamento di CIGD anticipato, in caso contrario il lavoratore si dovrà rivolgere ad un altro istituto di credito o banca che abbia acconsentito. 

I lavoratori, tramite i moduli appositi, dovranno inserire i propri dati, autocertificare la loro condizione di lavoro e la richiesta da parte della propria azienda per l’integrazione salariale. Le aziende che hanno dovuto sospendere o ridurre notevolmente le proprie attività per l’emergenza Coronavirus possono ricorrere facilmente alla cassa integrazione in deroga inserendo la causale “Covid-19”, per la durata massima di 9 settimane. Naturalmente questa possibilità è stata estesa anche a chi beneficiava della cassa integrazione straordinaria. L’ammontare della retribuzione dei lavoratori è dell’80% dello stipendio e non può superare il limite mensile massimo stabilito. 

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Agenzia delle Entrate Proroga DURF

I Consulenti del Lavoro hanno chiesto una proroga per le ritenute fiscali negli appalti. L’azione nasce in virtù delle nuove attuazioni che sono state introdotte per le imprese appaltanti che, tramite i propri intermediari, dovranno trasmettere i nuovi dati riferiti alle ritenute applicate entro il 24 febbraio 2020. Come intuibile, le tempistiche così strette stanno creando molti problemi, soprattutto visti i tempi incerti per il rilascio per il DURF (il documento unico di regolarità fiscale). Ed è questa la ragione principale per la quale i Consulenti del Lavoro hanno chiesto, attraverso il Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro all’Agenzia delle entrate, una posticipazione di tale scadenza al 1 aprile. La richiesta di proroga viene sostenuta e promossa da vari soggetti, ed è nata dal confronto tra il Presidente del Consiglio Nazionale Ordine dei Consulenti, Marina Calderone, il Vicepresidente, Sergio Giorgini, e il neo Direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini. L’ottenimento di una posticipazione della decorrenza della presentazione delle ritenute fiscali negli appalti, diventa necessario soprattutto per le aziende, i professionisti e le software house. 

Ma per evitare i controlli sulle ritenute negli appalti, è necessario richiedere anche un’accelerazione del periodo tra la data di richiesta e quella del rilascio del DURF, cioè il documento unico di regolarità fiscale. Tale documento è di fondamentale importanza, in quanto serve ad attestare che l’impresa possiede tutti i requisiti per evitare i controlli sulle ritenute negli appalti. Quindi la scadenza al 24 febbraio risulterebbe ulteriormente complessa da rispettare, in special modo da parte di tutte quelle imprese che hanno ottenuto appalti e subappalti superiori a 200 mila euro e che quindi devono necessariamente presentare il documento DURF. E’ sempre il Consiglio Nazionale Ordine dei Consulenti infine, a mettere in evidenza un’altra problematica: tutti coloro che desiderano effettuare la compensazione dei crediti attraverso il modello F24, pare possono farlo solo ed esclusivamente tramite i servizi telematici che sono messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate (come Entratel o FisconLine), o al limite tramite un intermediario abilitato a compiere tali operazioni. Poiché per questo tipo di operazioni non è prevista alcuna decorrenza e quindi si deve presumere che l’uso di tali strumenti diventi effettivamente obbligatorio a partire dal giorno successivo alla data di pubblicazione del decreto legge in Gazzetta Ufficiale (pubblicazione che è avvenuta il 26 ottobre 2019). A tal proposito quindi, l’Agenzia delle Entrate ha avuto modo di proclamare che saranno ritenuti validi esclusivamente i  versamenti effettuati tramite Home Banking o in generale qualunque altro sistema diverso da F24 o FisconLine, almeno per quanto riguarda il primo periodo successivo all’entrata in vigore della norma.